La competizione è per deboli

Musso-Mizzau-Masini-Luccetti-Pellegrini-selfie-nuoto-foto-pagina-facebook-fina-deepbluemediaLo so, lo so, il titolo è provocatorio e se lo estrapolassi dal contesto, senza leggere il contenuto di questo post sono certa che si creerebbe un polverone fatto di malintesi e recriminazioni senza fine.

Non mi fraintendere però, questo titolo non è messo lì a caso, solo per attirare l’attenzione, in parte è qualcosa a cui sono giunta al netto della comprensione dei #treprincipi in questo fine settimana.

Perché proprio n questi giorni, in cui il mio unico scopo era quello di recuperare energie, mi girava in testa l’ultima conversazione che ho fatto in ambito professionale sulla competizione. Argomento dibattuto, interpretabile in mille modi diversi e di cui tutti hanno un’idea diversa .

Ecco le cose più comuni che ho sentito:

1. La competizione è solo uno strumento per migliorare se stessi.

2. La competizione serve per alzare il tiro.

3. La competizione è uno strumento di emulazione (prendo una persona più in gamba di me e la sfido per modellarla e capire come fa ad essere il numero uno).

4. La competizione spezza la noia, ci fa sentire i più grandi e ci dà un posto nella scala di riferimento tra i numeri uno e le schiappe.

Ma non crediate che a me la competizione non piaccia: vedere quella trance agonistica, che rende atleti o  perfomer presenti durante la gara, quando sentono il loro corpo, e rispondono in modo ottimale, beh quella sì che mi piace, mi piace da matti.  Che sia una competizione mondiale o la gara di paese, l’adrenalina che produce il mio corpo grazie alla quale urlo, salto e inneggio al mio club preferito, penso proprio che sia la stessa in termini di quantità.
In campo amo gareggiare per vincere ma quando il gioco è finito, niente più lavoro, niente più competizione.

Brucia perdere? Certo. E’ bello vincere? Ancora meglio.
In un caso o nell’altro, la mia libertà, il mio modo di essere, il mio stile, la mia felicità è messa in discussione?
Assolutamente no!

E’ che nonostante questo, i quattro punti che ho scritto prima e che rappresentano il senso comune a me proprio non tornano.

1. Competere per diventare una persona migliore implica il fatto che pensi di non avere abbastanza autonomia e risorse per crescere da solo.

2. Entrare in competizione perché hai stima di una persona che consideri il numero uno, temo ti faccia perdere la sensibilità di ascoltare te stesso, il tuo corpo, il tuo stile e il tuo personalissimo ideale.

3. Penso che avere la competizione nel DNA, come si suol dire, implichi l’avere un pensiero a monte fatto di un mondo diviso in vincitori e perdenti.

4. Penso che voler competere per forza con qualcuno o con se stessi, limiti tantissimo il potenziale di espansione.

5. Inoltre, lo giuro questo è l’ultimo punto, se vuoi sempre dimostrare di essere sul pezzo, non hai colto il punto: ci saranno sempre persone che performeranno meglio o peggio di te. Alcune volte vincerai e altre perderai. Se questo ti diverte e per te è tutto un gioco, finito il quale si va tutti, vincitori e vinti a bere qualcosa insieme, eccezionale, dimentica tutto ciò che ho scritto finora. Ma se per te, vincere o perdere fa la differenza nella qualità della tua esperienza e cambia il tuo umore e la tua vitalità, auguri, perché sarai esposto a una vita di alti e di bassi.

Insomma se dovessi riassumere tutto con una frase: se pensi spesso che per renderti migliore hai bisogno di qualcuno o qualcosa che ti porti a dare il meglio, beh penso che ti stia sottovalutando alla grande.

 

 

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Bronzo azzurro 4X100 staffetta – Kazan 2015.

Non si può non amare questa foto: Le tre più grandi squadre di nuoto sul podio che interrompono la cerimonia di premiazione per farsi una foto come l’ultimo giorno di scuola. E pensare che fino a pochi minuti prima, gareggiavano con il coltello tra i denti.

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