E’ iniziata per caso ma poi è andata peggio. Breve storia di una mammità consapevole, forse.

Tutto è iniziato per caso ieri sera, mentre riesumavo vecchissime video cassette dei primi anni di vita dei miei figli.

Sapete, mi vanto di essere una donna di poche parole, del tipo: fatti più in là che devo passare! e di solito non perdo mai troppo tempo a indugiare sui ricordi o sul passato in generale. Sono sempre e mica sono figa, proiettata sul futuro; prossimi progetti – prossime vacanze – prossimi studi – prossimo tutto. E son fatta così, che ci posso fare; qualcuno tra l’altro, dice che questo è anche il mio lato migliore, pensa un po’ allora come siamo messi con il peggiore.

Comunque, stavo dicendo che ieri sera mentre guardavo quei piccoli particolari che credo abbiano senso solo per me e la mia famiglia ho sentito qualcosa emergere dentro di me. Vedere il primo bagnetto, la casa che costruiva mio figlio maggiore nell’ingresso, i pianti serali del mio minore con la sua voglia di starmi sempre appiccicato e quelle piccole stupide cose che facevamo ogni sacrosanta sera, oltreché farmi commuovere da morire, mi ha fatto percepire qualcosa che non avevo mai preso in considerazione.

Ma dov’è andata quella ragazza lì? Sì proprio quella che ogni giorno si destreggiava, con immensi sforzi, tra un lavoro da otto ore e due ragazzini sono i tre anni? Quella che a ventisette anni il sabato sera crollava sul divano e la domenica pedalava tutto il giorno in bici con tutta la famiglia in cerca di un bel posto per un pic nic? 

Ha fatto un viaggio andata e ritorno in direzione Inferno. Sollazzo previsto solo per tutti gli incoscienti come me, che desiderano esplorare di più i limiti della propria Umanità,  perdendola.

Non che io abbia fatto niente di particolare, per carità. Ma ho iniziato a pensare, porca miseria, che tutto quello non era abbastanza per me.

Ed è iniziato il calvario. Quattordici stazioni della via Crucis, percorse tutte, dalla prima all’ultima, con l’inferno nel cuore. Perché, se c’è una cosa che ho capito in questa storia, è che sì, l’inferno esiste qui su questa terra, proprio dentro ogni pensiero di divisione, di sforzo, di egoismo e di combattimento che consideri vero.

Dieci anni in cui in ordine sparso: ho avuto del denaro che poi ho perso, ho trovato amici che poi si sono rivelati bipolari, ho fatto tanti lavori diversi senza avere mai la sicurezza di essere pagata. Ho conosciuto l’aridità, l’avarizia, la paura e la slealtà. Mi sono sentita persa, pazza e euforica. Ho passato anni in cui non c’ho capito una beata mazza e altri in cui ero talmente sfatta dalla stanchezza o dalla tristezza che mi sono fatta portare a spasso da emeriti incompetenti o come dicevo prima da pazzi bipolari.

Ieri sera, mi sono guardata indietro e mi sono commossa per me stessa. 

Sono partita dalla purezza della giovinezza, in cui tutto sembra possibile, per passare nella foresta più nera, fitta e scura di un racconto di Hoffmann e adesso sono qui in un’ansa apparentemente tranquilla e sono felice per me. E non perché sono al sicuro, la mia famiglia è salva e le mie risorse economiche galleggiano. No. Sono felice per me perché vivendo l’inferno, non mi sono dimenticata chi sono.

Fortunatamente ho ancora voglia di sognare, ridere, godere della vita e stare in relazione con le persone. Sarei potuta facilmente diventare una persona cinica, risucchiata nel mio mondo e senza speranza.

Questa sì che è una prospettiva decisamente inquietante.

Con il senno di poi, quello che arriva da quei tre capelli bianchi che mi ritrovo da un annetto, penso che  quella ragazza lì, quella dei video, non poteva rimanere tale e quale in quel mondo lì, senza avvizzire. Si è buttata nella vita, si è sporcata le mani e ha collezionato un bel numero di cicatrici ma sotto tutta quella polvere, finalmente spunto io. Acciaccata ma ancora pronta a buttarsi nella mischia.

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